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lunedì 16 maggio 2011

Laici senza rinunciare alla nostra identità.

Lettera al Corriere di Maurizio Sacconi e Gaetano Quagliariello sulla laicità. (Da l' Occidentale).




Caro direttore,
Tullio Gregory sollecita un dibattito sulla laicità. Accusa la maggioranza di essere prona alle indicazioni della Curia e la sinistra di essere ambigua a causa delle sue divisioni interne. Si può non convenire sulle proposte che il centrodestra ha sostenuto — a partire dall'agenda biopolitica — per ancorare la laicità alla nostra tradizione nazionale, ma non derubricarle acriticamente a “proposte clericali”. A meno di non ritenere il tema della laicità immutabile nelle sue connotazioni ottocentesche.
A ben vedere, già gli ultimi decenni del Novecento hanno evidenziato, con il prepotente ritorno della religione nella sfera pubblica, il fallimento del sogno secolarista di ricondurre la fede nel ghetto della coscienza individuale. A volte quel risveglio ci ha fatto piacere, come nei cantieri di Danzica e nella mobilitazione operaia contro il comunismo; altre volte ci ha inquietato, come a Teheran, dove la rivoluzione si è tramutata in incubo totalitario. Entrambi i casi, però, hanno indicato che la religione non può essere ignorata dalle forze politiche che vogliono orientare il futuro delle società.
Di fronte a questa evidenza vi sono state due reazioni. C'è chi ha laicamente accettato di confrontarsi con la storia e ha riposto al centro il problema della propria identità. La libertà, infatti, è cosa vaga ed effimera senza l'appartenenza. E solo se si accetta di appartenere a una tradizione, a una famiglia, a una comunità si ha la forza per aprirsi senza timore al nuovo: per intraprendere quel dialogo che integra quanti giungono da noi provenienti da altri mondi e portatori di diverse culture; per collocare la modernizzazione tecnica e scientifica in quell'alveo di valori che la esaltano perché la pongono in comunicazione con la ricchezza della persona e delle sue relazioni comunitarie. Se, di contro, si ritiene che la libertà possa fondarsi solo su diritti positivi in grado di generare sempre nuovi diritti, nell'illusione di liberare l'individuo da ogni vincolo, si finisce per cadere in un relativismo per il quale tutto si equivale e anche la politica si riduce a mera gestione del potere.
Da laici, ci siamo faticosamente messi in marcia lungo il primo cammino nel momento in cui abbiamo dovuto affrontare la transizione epocale dai vecchi ai nuovi parametri di uno sviluppo non più solo economico ma più compiutamente umano. E abbiamo compreso, ad esempio, che la funzione pubblica della scuola si realizza più efficacemente attraverso una sana concorrenza tra istituti statali e privati esaltando la libertà di educazione che appartiene certamente ai “maestri” ma anche, e forse prima, ai genitori. Abbiamo compreso che il progresso della tecnica senza un adeguato progresso della conoscenza conduce verso lo scientismo per il quale i risultati raggiunti non possono essere messi in discussione, tradendo così uno dei fondamenti della vera scienza (se così non fosse, Gregory sarebbe più accorto a riferire delle ricerche sulle cellule staminali). Abbiamo compreso, infine, che la sacrosanta libertà di cura non può produrre un determinismo antropologico fondato sull'illusione che l'uomo possa governare la propria vita in ogni istante, anche a costo di degradare il medico a funzionario pubblico e lo Stato a dispensatore di suicidi assistiti a richiesta. Tutto ciò non per ragioni di fede, ma perché convinti che se si nega il fatto che il futuro è sempre aperto, si finisce per ricadere nell'incubo totalitario.
Per noi il riconoscimento laico del valore della vita è il necessario presupposto per quel vitalismo economico e sociale che solo può sottrarre al declino le società di vecchio benessere. Se lo iniziano a comprendere anche in Francia, dove il laicismo fondato sulla rigida separazione tra Stato e Chiesa sta cedendo il passo a una più pragmatica divisione di compiti, perché noi, nell'Italia in cui Croce disse “non possiamo non dirci cristiani”, dovremmo rinnegare proprio oggi le nostre radici popolari?
(Tratto da Corriere della Sera)

lunedì 9 maggio 2011

Le radici del Popolo della Libertà: 18 aprile 1948.

Ora che il fumo della retorica è meno soffocante ricordiamo anche noi, con qualche giorno di ritardo, una data cruciale per l' Italia: il 18 aprile 1948.
In quelle elezioni la Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi e gli alleati centristi sconfissero duramente il Fronte del Popolo, che vedeva uniti comunisti e socialisti finanziati e diretti dall' Unione Sovietica.

"Nella primavera 1944 entrò in scena anche Palmiro Togliatti, spedito in Italia da Stalin. Fu questo vertice a stabilire quel che doveva accadere dopo la Liberazione: una seconda guerra civile per fare dell’Italia uno stato satellite dell’Unione sovietica. Dove i bambini com’ero io sarebbero passati da balilla neri a balilla rossi".

"  Quel golpe non venne attuato per un ripensamento di Stalin. Ma molti partigiani comunisti continuarono a lavorarci. Ce lo dicono i depositi di armi scovati  dai carabinieri sino al 1948. E l’alto numero di militanti rossi arrestati o costretti a fuggire in Jugoslavia. Molti di loro finirono sotto le unghie del maresciallo Tito, in rotta con Mosca. E sperimentarono la durezza spietata dei gulag jugoslavi, a cominciare dall’inferno dell’Isola Calva".

"  Se ci siamo salvati da un finale autoritario, lo dobbiamo non soltanto alla presenza degli eserciti alleati e ai loro tanti soldati caduti. Esiste anche un politico italiano che è d’obbligo ringraziare: Alcide De Gasperi, il leader democristiano che con la vittoria del 18 aprile 1948 ci garantì un futuro democratico".

Davvero si può affermare, con Pansa, che "La democrazia nasce il 18 aprile del '48 quando De Gasperi sconfisse i comunisti".

Per presentare ai nostri giovani la ferocia del regime sovietico al quale il PCI di Togliatti voleva asservire il nostro paese richiamiamo alla memoria la spaventosa strage di Katyn, compiuta dai sovietici durante la Seconda guerra mondiale.
A questo fine proponiamo un documento straordinario:

che è stato a livello mondiale uno dei massimi studiosi del sistema sovietico.

Le sue parole meritano di essere ascoltate con grande attenzione, dalla prima all' ultima.
L' anticomunismo e l' antitotalitarismo democratici e liberali rappresentano il terreno in cui affonda le proprie radici ideali il Popolo della Libertà. La loro storia dovrebbe essere ben conosciuta dai liberali e dai moderati italiani dei nostri giorni. Un grande passato dal quale bisogna trarre sempre ispirazione.  




lunedì 18 aprile 2011

PoesiaFestival.

Anche  nei comuni dell' Unione Terre di Castelli polemiche sulla riduzione dei finanziamenti alla "cultura". Il coordinatore territoriale del PD Luca Gozzoli attribuisce agli amministratori di Savignano sul Panaro l' intenzione di abbandonare il PoesiaFestival . Questi dichiarano di volere soltanto ridurre il finanziamento.
Ci pare resti fuori la questione fondamentale. Sono scelte di politica culturale ragionevoli, adeguate alle esigenze del territorio?  O piuttosto siamo di fonte al solito tentativo della sinistra di coltivare e soddisfare le proprie clientele?
Poichè gli esempi concreti giovano più di tante parole, rimanendo in zona, da ogni punto di vista, vi mostriamo due video che non hanno davvero bisogno di  commenti.
La stagione 2010/11 del Teatro Comunale di Modena comprendeva la rappresentazione del Giulio Cesare di Handel, con buoni interpreti e la regia di Alessio Pizzech.
L' opera è stata rappresentata una decina di giorni fa. Applausi per gli interpreti. Qualche contestazione per la regia, presentata così da Pizzech stesso:




Apprendiamo che Alessio Pizzech partecipa alla Resistenza. Ma ci restano almeno due assillanti dubbi. La cultura che cita è ellenica o ellenistica? Nasce dall' Impero romano o era già nata da un pezzo? Mah!
Dove vanno i soldi per la cultura? Se proprio si devono fare polemiche, meglio rispondere a questa domanda.

venerdì 1 aprile 2011

Rinnovo delle amministrazioni comunali. Un' occasione per crescere.

E' ormai prossimo il rinnovo di numerose amministrazioni comunali. Cosa dovrebbe caratterizzare il programma dei candidati per il centrodestra? A nostro parere l' attenzione ad alcune questioni fondamentali.
In Italia esistono circa 8 mila comuni. Il 72 per cento di loro ha meno di 5 mila abitanti. Certo i piccoli comuni non hanno gli stessi problemi dei grandi. Ma è possibile individuare alcuni grandi temi capaci di suscitare la preoccupazione di tutti.
Impresa e lavoro, sicurezza e immigrazione, ambiente, sperpero del denaro pubblico, fisco  richiedono sempre più risposte anche in ambito municipale.
Troppe amministrazioni comunali  trascurano lo sviluppo delle attività produttive  nel territorio. Il territorio comunale deve diventare ambiente sempre più favorevole per l' impresa e per il lavoro, da attrarre con servizi migliori a condizioni più vantaggiose.
Sicurezza e immigrazione. L' ordinamento attribuisce ai sindaci importanti funzioni anche in questi settori. La collaborazione con gli organi dello stato deve essere costruttiva e senza riserve. La polizia locale non deve servire a far cassa mediante un' applicazione sbirresca del codice della strada. Deve svolgere i propri compiti con correttezza guardando ai bisogni dei cittadini.
Ambiente. I cittadini sono sempre più sensibili alla sua qualità, alla sua salubrità. Senza provvedimenti tempestivi e saggi si  rischia di far crescere un massimalismo ambientalista chiuso allo sviluppo economico ed al progresso tecnologico. Mentre solo coniugando tradizione e innovazione, tutela ambientale e sviluppo economico potremo fornire valide occasioni ai nostri giovani.
I casi di sperpero del denaro pubblico provocano nei cittadini sfiducia nelle istituzioni rappresentative. Ciò è assai grave perchè tale ostilità può indebolire le fondamenta della democrazia. La buona amministrazione, la lotta allo spreco e alla corruzione, sono da sempre un elemento distintivo della migliore tradizione liberale e conservatrice occidentale. Ricordiamolo sempre a chi chiede il consenso degli elettori.
Le nuove norme sul  federalismo fiscale  e sul fisco municipale chiamano le amministrazioni comunali a partecipare alla costruzione di un sistema fiscale più giusto, dove tutti siano soggetti a imposizione secondo le loro effettive capacità contributive.  Il comune è l' ente territoriale più vicino ai cittadini. A questi deve chiedere le risorse per svolgere i propri compiti. A questi stessi cittadini risponderà del loro impiego.
Solo alla fine di queste considerazioni ci occupiamo dei servizi che rappresentano il tradizionale fiore all' occhiello delle amministrazioni comunali. Servizi scolastici, mense, trasporti, arredo urbano, assistenza sociale, manifestazioni culturali.
E non a caso. Troppo spesso siamo stati abituati  ad isolarli dal contesto generale dell' amministrazione. Essi risultano ormai sostenibili solo nell' ambito di una corretta gestione generale, anche e soprattutto sotto il profilo finanziario. I cittadini devono sapere che per spendere il  loro comune dovrà raccogliere. Per continuare a erogare servizi dovrà gestirli evitando sprechi ed inefficienze. 
L' agenda che abbiamo delineato  rappresenta per gli elettori della nostra regione un chiaro invito a mandare a casa quelle amministrazioni di sinistra che, al potere da tanti decenni, senza alternanza, sopravvivono ormai non per inesistenti meriti amministrativi ma appoggiandosi a vaste e fameliche reti clientelari. Diamoci da fare. I risultati non mancheranno.                                                  

domenica 13 marzo 2011

Storia e idee per giovani (e meno giovani) liberali.

L' ambiente in cui ci muoviamo è il prodotto della storia, quella degli eventi ma anche quella delle idee. Il seguente è un percorso insieme costruttivo e ricostruttivo che proponiamo a chi vuole avvicinarsi con maggior consapevolezza  al movimento politico dei liberali e dei moderati italiani, il Popolo della Libertà.

Il patrimonio ideale e concettuale a cui ci riferiamo è quello del liberalismo democratico, dell' anticomunismo democratico e dell' antitotalitarismo.
I grandi pensatori liberali, Tocqueville, Hayek ed in particolare Karl Popper, ci consentono di comprendere a fondo la libertà e le condizioni che la rendono possibile. Qui veramente teoria e pratica politica si toccano.  Molti grandi statisti occidentali degli ultimi decenni del Novecento hanno ammesso il loro debito intellettuale e politico verso Hayek e Popper, che spesso conoscevano personalmente. Tra essi la signora Thatcher e i cancellieri tedeschi Kohl e Schmidt.
La visione liberale che si ricava da questi grandi intellettuali non è mai dogmatica: nelle loro opere troviamo il favore per la libertà e il riconoscimento della necessità di regole, dall' esistenza delle quali la stessa libertà dipende. In economia, il mercato quando possibile, lo stato quando necessario.
Questo grande pensiero liberale non è mai stato anticristiano. In esso è invece diffusa la consapevolezza dei legami profondi tra cristianesimo e libertà. Il liberalismo di Popper e Hayek ha sempre avversato il razzismo e il nazionalismo. Noi amiamo il nostro paese, la sua cultura e le sue tradizioni. Ma essi non devono rappresentare un' ossessione identitaria che ci limiti ed indebolisca, precludendoci preziose opportunità.
Noi condanniamo ogni forma di razzismo, in particolare l' antisemitismo. Noi intendiamo contrastare con la massima fermezza l' immigrazione clandestina ma lavoriamo per ridurre la povertà ovunque si manifesti.

In una ideale biblioteca liberale dovrebbero quindi trovare posto:

-  KARL POPPER, La società aperta e i suoi nemici


-  KARL POPPER, Miseria dello storicismo


-  KARL POPPER, Tutta la vita è risolvere problemi


-  KARL POPPER, Alla ricerca di un mondo migliore


- KARL POPPER, La lezione di questo secolo


- FRIEDRICH A. von HAYEK, La via della schiavitù


- ALEXIS de TOCQUEVILLE, La democrazia in America.

Sotto il profilo della storia delle idee molto utile

- FRANCOIS FURET, Il passato di un' illusione.



Di POPPER si possono vedere anche queste due interviste, una delle quali realizzata da Marcello Pera, concesse dal filosofo austriaco già in età avanzata:

- prima parte su informazione e violenza in TV a danno dei bambini


- seconda parte


- intervista filosofica realizzata da Pera



Ci pare fondamentale anche una miglior conoscenza della storia dell' Italia unita, con particolare attenzione al periodo che va dalla Seconda guerra mondiale (1939-45) ad oggi. La storia del nostro paese, rispetto a quella delle altre importanti democrazie occidentali, presenta notevoli anomalie.
A partire dalla Resistenza ai nazifascisti, in Italia egemonizzata dalla componente comunista stalinista, mentre le Resistenze del Nord Europa, Francia compresa (De Gaulle), furono in larga misura o esclusivamente nazionali e democratiche.
Dalla nostra anomala Resistenza è derivata l' egemonia sulla sinistra italiana conseguita dai comunisti dipendenti dall' Unione Sovietica. Tale egemonia ha impedito l' alternanza al governo tra sinistra democratica e moderati realizzata nelle altre grandi democrazie.
Addirittura nella nostra Emilia molti enti locali hanno da più di sessanta anni solo amministrazioni di sinistra. Un potere rosso che ormai si regge solo grazie a vaste reti clientelari.
L' egemonia politica della sinistra filosovietica è diventata egemonia culturale. Redazioni dei giornali,  case editrici e  cattedre universitarie sono state preda quasi esclusiva di intellettuali di area comunista o simpatizzanti. Da qui il nostro ritardo culturale e il nostro provincialismo: la "Società aperta" di Popper, scritta durante la Seconda guerra mondiale, è stata diffusa in Italia solo alla metà degli anni Settanta.
All' inizio degli anni Novanta una serie di processi ("Mani Pulite") azzerò la rappresentanza politica dei moderati italiani. Democrazia Cristiana, Partito socialista italiano ed alleati minori scomparvero sostanzialmente dalla scena politica.
Ma nel 1994 l' impegno politico di Silvio Berlusconi consentì ai liberali ed ai moderati italiani di tornare alla vittoria elettorale. Da allora prima Forza Italia poi il Popolo della Libertà hanno lavorato per modernizzare il paese, riformare le istituzioni e dare slancio all' economia, provocando dure resistenze.



Come introduzione alla storia dell' Italia contemporanea si può leggere:

- ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA, Tre giorni nella storia d' Italia

Molto importanti sono anche:


- VICTOR ZASLAVSKY, Lo stalinismo e la sinistra italiana


- VICTOR ZASLAVSKY e ELENA AGA - ROSSI, Togliatti e Stalin





Sulla storia dell' Unione Sovietica:


- VICTOR ZASLAVSKY, Storia del sistema sovietico


- M. GELLER e A. NEKRIC, Storia dell' URSS


L' obiettivo di oggi è rappresentato dalla costruzione di un movimento politico radicato nel territorio e nella società eppure "leggero", aperto alla collaborazione di tutti i simpatizzanti, attivo in internet e nei social network, capace di coniugare tradizione e innovazione, amore per il nostro paese e capacità di fronteggiare le sfide della globalizzazione, cogliendone le opportunità.

sabato 5 marzo 2011

Riforma della giustizia. Guardiamo cosa succede nelle altre democrazie.

Prima un video americano. I funzionari della Pubblica accusa negli Stati Uniti sono semplici avvocati dello stato. Qui uno di loro, in questo caso una signora, cerca di convincere una giuria popolare della colpevolezza di un imputato. Quando sentiamo certe critiche a Berlusconi pensiamo a questo.



Poi un salto su Wikipedia, " Pubblico ministero":



Ordinamenti di civil law (tra i quali l' italiano)


"...In certi ordinamenti di civil law, tra i quali l'Italia e la Francia, i funzionari del pubblico ministero sono magistrati ed appartengono, quindi, allo stesso ordine, la magistratura, del quale fanno parte i giudici; essi costituiscono la cosiddetta magistratura requirente in contrapposizione alla magistratura giudicante costituita dai giudici. Il fatto che appartengono allo stesso corpo dei giudici non implica che godano delle stesse garanzie d'indipendenza assicurate a questi ultimi; anzi, il caso dell'Italia, ove giudici e magistrati del pubblico ministero godono di garanzie pressoché equivalenti, è da considerarsi eccezionale. I magistrati del pubblico ministero dipendono dal governo e, in particolare, dal ministro della giustizia, anche se i poteri attribuiti a quest'ultimo variano notevolmente, dalla semplice vigilanza fino alla preminenza gerarchica (come in Francia).
In altri ordinamenti di civil law i funzionari del pubblico ministero non appartengono alla magistratura ma al potere esecutivo e sono inseriti nel ministero della giustizia (come in Germania e in Austria) o costituiscono un apparato organizzativo autonomo che fa capo al procuratore generale. Quest'ultimo in alcuni ordinamenti dipende dal ministro della giustizia (come in Spagna o nei Paesi Bassi) o fa parte del governo (come in Messico o in Polonia)..."


Ordinamenti di common law

"Negli ordinamenti di common law il prosecutor, che svolge le funzioni di pubblico ministero nel processo penale, è tipicamente un avvocato; nell'esercizio di tali funzioni è considerato un professionista legale, soggetto alle relative responsabilità, sebbene dipenda dallo stato o da un ente pubblico territoriale.
In molti ordinamenti di common law (Australia, Canada, Inghilterra e Galles, Irlanda del Nord, Sudafrica ecc.) i prosecutor fanno capo al Director of Public Prosecutions, di nomina governativa; questo, di solito, dipende a sua volta dall'Attorney General, che fa parte del governo, ma alcune costituzioni più recenti (per esempio quella sudafricana) tendono a garantirgli una posizione d'indipendenza. In altri ordinamenti i prosecutor fanno invece capo dall'Attorney General.
Negli Stati Uniti i prosecutor che operano presso le corti federali dipendono dall'Attorney General federale; quelli che operano presso le corti statali fanno invece capo ad organi locali variamente denominati (District attorney, Commonwealth's attorney, State's attorney, County attorney ecc.), soggetti alla vigilanza dell'Attorney General dello Stato, che in alcuni stati sono nominati dall'esecutivo locale (il governatore dello stato, l'organo di governo della contea ecc.) mentre in altri sono eletti dal popolo".








giovedì 3 marzo 2011

Shahbaz Bhatti, cattolico difensore dei deboli e degli emarginati. Intervista a Frattini.

Shahbaz Bhatti, ministro pachistano per le minoranze religiose, cattolico, è stato ucciso dai talebani. Ancora una tragedia colpisce le comunità cristiane dei paesi islamici.  Nonostante le iniziative pressanti del governo italiano a tutela dei cristiani, l' azione dell' Unione Europea resta insufficiente.
Il quotidiano dei vescovi italiani, Avvenire, ha intervistato su questo tema il ministro degli esteri Frattini:


Frattini: un martire. L’Europa codarda

«Adesso i codardi di quell’Europa che rifugge dalla condanna del fondamentalismo religioso verseranno le loro lacrime di coccodrillo, alleati di quei codardi che in Pakistan conoscono solo il sangue degli attentati». Non ha usato il linguaggio felpato della diplomazia il ministro degli Esteri, Franco Frattini, nell’esprimere la più ferma condanna per l’uccisione di Shahbaz Bhatti. «Un simbolo della libertà religiosa che ha pagato con la vita», lo definisce il titolare della Farnesina, che conosceva personalmente il collega pachistano.

Signor ministro, a chi si riferisce quando parla di codardi dell’Europa?Penso a coloro sempre molto attenti al "politically correct" fino al punto di non utilizzare mai, in un documento ufficiale, le parole "cristiani perseguitati". La ritengo una codardia politica che oggi, di fronte ad un nuovo martire, è ancor più scandalosa.

Che ricordo ha del ministro Bhatti?Era una persona coraggiosa, che ho conosciuto in un momento particolarmente difficile per la vita del suo Paese. Lo incontrai a Roma lo scorso settembre e poi lo rividi a novembre ad Islamabad, quando eravamo tutti in ansia per la condanna a morte che pende sul capo di Asia Bibi. Nel suo ufficio, piccolo e modesto, mi presentò i leader delle varie minoranze religiose, non solo di quella cristiana cui apparteneva. E mi fece una confidenza che adesso posso svelare.

Di cosa si trattava?Mi disse che i suoi avversari stavano cercando di togliere i fondi al ministero per le Minoranze religiose, un modo per ridurlo all’insignificanza e, quindi, alla chiusura. E mi chiese d’aiutarlo a far conoscere il suo lavoro nella comunità internazionale. Solo così avrebbe potuto salvare il suo ministero.

Nel comunicato emesso dalla Farnesina subito dopo l’uccisione del ministro Bhatti, si chiede alle autorità pachistane di far luce sull’assassinio e di confermare l’impegno a difendere la minoranza cristiana. Finora un impegno abbastanza scarso, non crede?Il fatto che il presidente pachistano Zardari avesse riconfermato Bhatti nel recente rimpasto di governo è stato un segnale importante. Adesso deve compiere un passo in più, andando fino in fondo nel perseguire i responsabili di un delitto così atroce.

La legge sulla blasfemia non è stata cambiata...Lo stesso ministro Bhatti era consapevole che questa legge, nella situazione politica interna, non si può abrogare. Lui proponeva delle modifiche che ne impedissero un’applicazione arbitraria ed assurda. La comunità internazionale deve continuare a fare pressioni perché la legge sulla blasfemia non sia più un’arma di ricatto nei confronti delle minoranze, uno strumento per condannare a morte i cristiani come Asia Bibi. Nel suo caso la condanna è stata congelata, ma noi chiediamo la sua definitiva assoluzione.

L’Unione europea ha finalmente adottato un testo in difesa della libertà religiosa nel mondo, ma nel documento non si fa alcun cenno a misure concrete nei confronti di quei Paesi dove le minoranze religiose sono perseguitate...Non c’è stato quel coraggio politico. Abbiamo però chiesto all’Alto Rappresentante della politica estera della Ue, la signora Ashton, di riferire quanto prima al Consiglio su un piano d’azione a tutela della libertà religiosa. Ed io sarò molto attento alla sua relazione. L’Europa può e deve fare di più. Come abbiamo fatto per Sakineh e per Asia Bibi, io credo che la foto di Shahbaz Bhatti dovrebbe campeggiare sulla facciata di qualche palazzo delle nostre istituzioni, a ricordare una grande battaglia di libertà con i suoi eroi ed i suoi martiri.

Signor ministro, la crisi libica ci trova in prima linea. Non prova un po’ d’imbarazzo nel condannare adesso un personaggio come Gheddafi che è sempre stato considerato un partner privilegiato, accolto con tutti gli onori dal governo italiano?Guardi, è lo stesso imbarazzo che dovrebbero provare tanti leader del mondo. Dai britannici che hanno riconsegnato a Tripoli il terrorista della strage di Lockerbie, al presidente francese che ha ospitato Gheddafi per cinque giorni a Parigi, a tutti coloro che avevano votato a favore della Libia come membro della Commissione Onu per i diritti umani. Quel che conta è che oggi l’Italia, insieme con la stragrande maggioranza degli Stati del mondo, non vuol avere più niente a che fare con Gheddafi.

Che cosa intende fare il nostro governo?Abbiamo deciso due importanti missioni umanitarie. La prima, su richiesta dell’Egitto e della Tunisia, prevede l’aiuto a circa 60mila egiziani che lavoravano in Libia ed ora sono fuggiti in Tunisia. Ci è stato chiesto di assisterli e di fare in modo che possano rientrare in patria sani e salvi. La seconda missione umanitaria si dirigerà in Cirenaica portando cibo e medicinali a una popolazione stremata.

Che cosa pensa di un eventuale intervento militare dall’esterno?È un’ipotesi che ha già sollevato le perplessità della Lega Araba. Escludo categoricamente che l’Italia possa partecipare ad un’azione militare in Libia, per ovvi motivi legati al nostro passato coloniale. Al massimo, potremmo dare la disponibilità logistica delle nostre basi, ma anche in questo caso occorre un chiaro mandato internazionale dell’Onu. E, comunque, qualsiasi tipo d’azione deve tener presente il delicato contesto politico e culturale del mondo arabo.
Luigi Geninazzi   

Per informazioni sull' assassinio di Bhatti  un articolo Asianews